Intervista La ragazza che ascoltava De André - Libri consigliati

La ragazza che ascoltava De André: intervista a Sandra Faè

La ragazza che ascoltava De André è un romanzo in cui le parole del famoso cantautore si inseriscono perfettamente nella trama, facendone da filo conduttore. Si sente una grande passione, che travalica le parole stesse. Che cosa ha rappresentato per te, nella tua giovinezza, questo cantautore?

«Da André è l’estate della mia maturità, una cassetta, quella arancione in concerto con la PFM, ascoltata all’infinito nell’autoradio di una Panda rossa, che apparteneva a un ragazzo più grande di me che ho molto amato, e una compagnia di giovani anche un po’ fuori di testa in Valtellina. Una libertà nuova, la vita che stava cambiando, emozioni universali dei diciotto-ventenni, che per me hanno avuto Faber come colonna sonora

A un certo punto del romanzo, c’è un capitolo in cui si parla esplicitamente della morte di De André. Mi ha colpita perché anche a me accadde un episodio simile. Con un gruppo di amici andammo in Valle d’Aosta a vedere un concerto di De André. Per me sarebbe stata la prima volta.  Ma dopo aver aspettavo a lungo, il concerto fu annullato perché Faber stava già male. Non feci più in tempo a vederlo e mi rimase sempre il rimpianto per quel concerto mancato. La sua morte ha segnato profondamente la nostra generazione quasi fosse quella di un amico. Tu come hai vissuto questo triste evento?

«In realtà non sono stata a nessun concerto di De André, non ne ho avuto l’occasione. Mi colpì ovviamente moltissimo, però devo anche dire che il mio rapporto con De André l’ho costruito anche tanto dopo la sua morte, in fasi successive, anche da sposata, con ascolti ripetuti nei viaggi in auto con mio marito e ho ripercorso buona parte della discografia per scrivere il romanzo, cercando anche gli articoli di giornale che riguardavano la malattia, la scomparsa e il funerale.»

I tuoi romanzi sono dei romance sui generis. La storia d’amore c’è sempre, ed è centrale, ma i temi toccati sono molto numerosi. Si intrecciano la morte (non solo quella di De André), l’amore, la vita. In questo caso parli, e secondo me lo fai anche molto bene, di omosessualità. L’amore scorre in modo sotterraneo e solo saltuariamente compare in superficie. Tu senti che il tuo romanzo sia effettivamente un romance oppure lo collocheresti diversamente? E, nel caso, è possibile stare in un genere pure superando i confini (o limiti) stessi di quel genere?

«Grazie, per queste parole, tengo molto al discorso gender oltretutto. No, non è un romance. L’editore ha scelto, e io sono stata subito d’accordo, di collocarlo nella narrativa generale e non nella collana rosa infatti. I paletti del rosa sono molto stretti ma anche semplicissimi: lui, lei, guai di varia natura, rivali, ostacoli e poi ovviamente l’amore trionfa. In mezzo ci si può mettere di tutto, solo che poi è chiaro che anche quando scrivo qualcosa che entrerebbe nei romanzi rosa, molto più di questo, mi rivolgo a una platea diversa, che mi deve intercettare nel mare di pubblicazioni, mentre le lettrici rosa-rosa sanno benissimo dove cercare le loro letture di riferimento. E non cercano me, poi se quasi per sbaglio mi leggono va sempre a finire che piaccio; è triste dirlo ma non mi si filano, faccio una fatica immensa ad emergere. Chi mi apprezza vede nel mio non essere convenzionale un superamento del confine, questo mi fa felice ma mi colloca in una nicchia.»

Ciò che mi piace dei tuoi romanzi, e avviene anche in questo, è il fatto che le brutture della vita non siano nascoste dietro alla favola del principe azzurro. Tuttavia, non rinunci al lieto fine. Senza spoilerare, possiamo affermare che alla fine dei tuoi romanzi, per così dire, torna tutto a posto. Che cosa guida la tua scelta? La tua è una speranza anche per la vita reale oppure è solo una consolazione letteraria?

«Consolazione letteraria mi piace molto. Torna sì, tutto a posto perché l’evoluzione dei personaggi e delle situazioni hanno un senso e il lieto fine, mai buttato lì, dà concretezza al percorso. Nella vita questo non avviene, non sempre almeno, ma nella scrittura il mio impegno è quello di creare una verosimiglianza mai stucchevole, qualcosa che faccia dire al lettore “dai, certo, potrebbe benissimo andar così.”»

Mi ha colpito il tuo modo di parlare di omosessualità e l’assoluta naturalezza con cui lo fai. La storia d’amore di Sandra e Luz non è presentata come qualcosa di diverso, nel bene nel male, ma come qualcosa di normale. La sua straordinarietà consiste nella purezza della storia in sé e non ha niente a che vedere con l’omosessualità o l’eterosessualità. Sono convinta che questa sia la chiave di lettura corretta da utilizzare quando si parla delle presunte diversità, che poi diversità non sono, semmai minoranze. Come ti poni tu di fronte a questa tematica?

«È un tema delicatissimo, la mia generazione è passata dallo stupore scandalizzato di quando ero bambina, alla normalità in senso lato, e io ho vissuto tutto osservando con attenzione i cambiamenti nella società, ma la strada da fare è ancora tanto lunga. Ho un collega che ha cambiato sesso, eravamo amiche, ha cambiato azienda da qualche anno ma comunque dopo aver ottenuto la carta d’identità maschile, ecco di fronte a queste cose, dobbiamo solo attivare l’empatia. C’è una scena nel romanzo, quella in Giappone in bicicletta tra Sandra e Luz, ebbene quella storia è successa davvero a una coppia etero di amici, cosa diavolo è cambiato nell’essenza dell’episodio che i protagonisti non fossero uomo e donna, bensì due donne? Nulla, perché è tutto molto più semplice di quanto i parrucconi vorrebbero farci intendere. Fino al 1967 le relazioni omosessuali nel Regno Unito erano un reato, 1967, io sono nata l’anno dopo. Un reato per qualcosa che non è manco una scelta. Quindi mi pongo con reale sentimento di vicinanza

Nei ringraziamenti finali ci racconti che hai lasciato agire liberamente i tuoi personaggi, senza piegarli al tuo volere. Hai costruito una serie di personaggi a tutto tondo che, almeno per quanto mi riguarda, rimangono impressi nella mente del lettore, come fossero persone reali. Immagino che quando si scrive una storia come questa ci si affezioni ai propri personaggi e diventi anche difficile lasciarli andare. Che rapporto hai con questi personaggi?

«Li ho proprio molto amati. I personaggi sono come i pupazzi a molla, l’autore gira la chiavetta ma poi si muovono da soli, lo scrittore burattinaio che si limita a manovrare i fili è un fallimento. Ho faticato parecchio a far emergere Carlotta e in questo mi ha aiutata molto Barbara Amarotti, la mia editor in Maratta. Il romanzo è uscito da un anno e a volte temo di essermeli un po’ dimenticati. I libri, a meno di diventare best seller, in Italia hanno una vita molto breve ma non posso accettare che il tempo dei Bamberga sia già finito, perché questa famiglia un po’ disfunzionale aveva e ha tutt’ora tanto da dire e da dare.»

Finire di leggere un libro, soprattutto quando è coinvolgente, lascia un certo smarrimento. Come ti senti quando invece finisci di scrivere?

«La contraddizione si impossessa di me. Si passa da: “finalmente ho finito”, a un vero senso di smarrimento, come dici giustamente tu. Scrivere un romanzo è un’operazione complessa, un viaggio con molte insidie ma soprattutto bellissimo, in fondo spiace finire, anche se l’obiettivo era proprio quello.»

Nell’ultimo anno hai pubblicato tantissimo: oltre a La ragazza che ascoltava De André, una serie di racconti lunghi con Delos Digital e altri due romanzi, di cui il secondo, Sono una donna non sono (solo) una sarta, pubblicato da Genesis publishing a febbraio di quest’anno. Quali sono i tuoi progetti letterari per il tuo futuro?

«A ottobre esce un romanzo Young Adult, pubblicato da Plesio. Sono felicissima, verrà lanciato al Salone di Torino, abbiamo rimandato l’uscita per adeguarci allo spostamento della data del Salone per il covid e ho grandi aspettative a riguardo; è un progetto al quale vorrei davvero dedicarmi senza farmi fagocitare da altro. Però ho anche appena consegnato a Delos Digital un altro racconto, questi racconti, che sono davvero rosa-rosa, rappresentano una buona soluzione per non smettere di scrivere senza imbarcarsi nella scrittura di un romanzo che comporta un impegno di tutt’altra portata, e hanno il loro pubblico affezionato.

V ringrazio per questa fantastica opportunità di raccontare il mio romanzo e una parte della mia vita di autrice e per queste domande che mi sono piaciute davvero tanto, banale ma vero.»


Sandra Faè

Sandra Faè è nata e vive a Milano dove è impiegata part time. Felicemente sposata con Emanuele ha due splendidi nipoti, figli della sua gemella. Lettrice forte, ha pubblicato diversi romanzi che sono giunti ai vertici delle classifiche di Amazon.

Racconta il mondo femminile in bilico tra dramma e ironia, strizzando l’occhio a un rosa non sempre convenzionale. Oltre che su Amazon, in formato cartaceo e digitale, potete trovare La ragazza che ascoltava De André il 31 luglio e 2 agosto a Libri in Baia a Lavagna, GE allo Stand di Maratta Edizioni, dove sarà presente anche l’autrice.