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Tanta ancora Vita

Recensione scritta da Silvia Algerino, senior copywriter e amante dei libri

Autore:

Casa editriceEinaudi Stile Libero
Anno2025
ISBN978-8858449318
N. pagine301

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Recensione di Tanta ancora Vita di Viola Ardone

Quanta voglia di vivere ha ancora Vita, dopo tutto ciò che le è capitato? Quanta vita c’è ancora in lei, e quanta invece è la morte nel cuore che le porta Ombretta, il suo alter ego, attraverso il quale personifica la depressione?

Essere madri, essere figli, affrontare la guerra – quella vera – o quella che combattiamo dentro noi stessi. Restare, scappare, vivere, morire. Sono questi i temi che si intrecciano nelle vite disordinate e drammatiche di Vita, una donna di mezza età alle prese con la disgregazione della propria famiglia; di Kostya, bambino ucraino mandato dal padre, partito per il fronte, a raggiungere in Italia la sua babushka; e di Irina, nonna di Kostya e domestica di Vita, impegnata nel cercare il figlio disperso.

Ancora una volta, Viola Ardone entra senza mezze misure in un tema di attualità – questa volta il conflitto tra Russia e Ucraina – ma, come aveva già fatto in Oliva Denaro, Il treno dei bambini o Grande Meraviglia, non permette al tema stesso di prendere il sopravvento sui personaggi. La Storia ha il suo peso, ed è il quadro entro cui tutto si muove, ma sono i protagonisti a dettare i ritmi, a muovere i fili, senza mai diventare burattini.

La politica c’entra, senza dubbio, ma non è mai aprioristica: non c’è critica, semmai una lucidissima osservazione di come va il mondo nelle sue mille sfaccettature. Sono i personaggi – tratteggiati con maestria e mai giudicati – a dare voce alle anime che costruiscono e segnano la Storia: impotenti nel cambiarne il corso, ma capaci di agire sui propri destini e su quelli di chi sta loro accanto.

I personaggi di Tanta ancora Vita prendono forma attraverso una narrazione corale che alterna la voce di Kostya, quella di Vita e di Irina. Viola Ardone passa con naturalezza dall’una all’altra, restituendo un senso di pluralità che arricchisce la prospettiva del lettore.

Questo continuo cambio di punto di vista le consente di non porsi mai in cattedra, ma di lasciare spazio alla vita interiore di ciascuno, permettendo a chi legge di cogliere la complessità delle vicende, la forza e la fragilità di ogni personaggio, fino a immedesimarsi in essi.

La scelta di un linguaggio perfettamente calibrato su ciascuna voce conferma la maestria narrativa dell’autrice, che ancora una volta riesce a dare autenticità e profondità a ogni sguardo.

Di cosa parla Tanta ancora Vita

«Questo fanno i bambini alle persone. Le sincronizzano sul tempo dell’amore». Una mattina Vita apre la porta di casa e trova, accoccolato sull’uscio, Kostya. Lui, che neppure parla la sua lingua, le cambierà l’esistenza. Perché ogni figlio nato sulla terra è il figlio di tutte, di tutti. Nei romanzi di Viola Ardone l’incontro fra esseri umani ha sempre la potenza di un miracolo, capace di scardinare la solitudine, di ricomporre la speranza. Kostya ha dieci anni quando si mette in viaggio per arrivare dalla nonna Irina, domestica a Napoli. Nello zaino, la foto di una madre mai conosciuta e un indirizzo. Suo padre è al fronte per difendere l’Ucraina appena invasa. Tra soldati che cercano di bloccarlo al confine e sconosciute che gli dànno una mano, il bambino riesce ad arrivare. Vita, la signora per cui la nonna lavora, lo scopre addormentato sullo zerbino. Quattro anni fa lei ha perso suo figlio e ora passa le giornate da sola, o con Irina, che ha letto Dante e parla italiano come un poeta del Duecento. Il piccolo ospite inatteso la costringe di nuovo in quel ruolo che il destino le ha tolto. Poi, quando il padre di Kostya è dato per disperso, Irina torna nel suo Paese a cercarlo. D’impulso, Vita decide di raggiungerla, per aiutarla. Tentare di salvare un altro, del resto, è l’unico modo per salvare noi stessi.

La struttura narrativa di Tanta ancora Vita

Dal punto di vista narrativo, Tanta ancora Vita si muove su una struttura che richiama, in modo sottile, il viaggio dell’eroe e insieme la tradizione del racconto in cinque atti. C’è una partenza, una perdita, una chiamata all’azione e un ritorno che coincide con una rinascita, seppur non priva di ferite.

Kostya, mandato dal padre a raggiungere la nonna Irina a Napoli, incarna l’innocenza che attraversa il caos della guerra; Vita rappresenta l’immobilità, la paralisi del dolore, il rifiuto della vita dopo la morte del figlio e l’abbandono del marito; Irina, invece, è la forza concreta, la sopravvivenza quotidiana.

Ardone intreccia le loro voci con maestria, costruendo un mosaico di prospettive che si completano a vicenda. Il racconto di Vita, in particolare, si dipana attraverso flashback che restituiscono gradualmente le ragioni del suo dolore, mentre quello di Irina ci riporta a una dimensione più pragmatica, quasi epica nel suo viaggio di ritorno in patria alla ricerca del figlio disperso.

Il movimento finale, con Vita e Kostya che partono per l’Ucraina, chiude il cerchio narrativo: la fuga iniziale del bambino diventa per la donna un viaggio di riscatto, un modo per tornare, in senso simbolico e reale, alla vita.

C’è ancora Vita anche dopo la morte, dentro il dolore, attraverso la delusione e la sconfitta, sembra voler dire l’autrice; ma non lo dice: lo disegna in un quadro che prende forma. in una Guernica di sentimenti, che pur spezzati e imperfetti, lasciano l’aspetto di un capolavoro.

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